IL CENTRO PER HANDICAPPATI
I figli di Don Orione, arrivati nel
1971 furono colpiti dalla presenza di diversi poliomielitici
che si trascinavano nei cortili oppure erano nascosti in un
angolo della camera o del campement. Don Mugnai, superiore
della Missione, studiò il modo di intervenire
efficacemente per ricuperare questi ragazzi. Fece opera di
sensibilizzazione presso i capi dei villaggi, i vecchi, le
autorità civili e amministrative, e soppratutto i
responsabili delle comunnità religiose (cattolica,
protestante, harrista, mussulmana) lanciando così
il seme del futuro CENTRO DON ORIONE
per
handicappati. Con questa
sensibilizzazione, Don Mugnai riuscì a strappare
dall'abbandono una ventina di piccoli handicappati e li affidò
al suo successore Don Angelo Girolami nel 1979. Toccò appunto
a Don Girolami, tuttora presente a Bonoua, curare la realizzazione di
un progetto coraggioso ed articolato, rispondendo ai bisogni man mano
che emergevano.

Il primo problema da risolvere fu l'inserimento sociale di questi bambini che non erano accettati né della famiglia né della società in quanto considerati il segno di una maledizione divina. Il compito non fu facile, ma riuscì grazie alla testimonianza di dedizione dei missionari religiosi e laici. Le famiglie cominciarono ad accettare il loro bambino come un malato e non come una punizione divina. Le scuole pubbliche aprirono le porte a questi nostri enfants serpents, che non erano meno intelligenti degli altri.
Ben presto la riadattazione fisica si impone come un complemento indispensabile a questa opera di inserzione sociale. Si sentì il bisogno di creare delle strutture mediche e paramediche, necessarie per raggiungere lo scopo che ci eravamo proposti: mettre debout (mettere in piedi, in tutti i sensi) la persona handicappata.
LE GRANDI TAPPE:
Il servizio di fiosioterapia
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Si lanciò un appello a specialisti "volontari" Una prima fisioterapista fu l'argentina Lidia, cui seguirono Lucia Longo e Assuntina Farre, fisioterapiste provenienti dal Don Orione di Pescara. Ad esse si affiancò Suor Merçedes Sanchez delle Suore Domenicane dell'Annunziata. I primi bambini handicappati sono accolti nella sala da pranzo e nel giardino della casa dei volontari. |
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Così nasce il servizio di fisioterapia. |
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A questi tecnici si aggiunse subito l'infaticabile Don Angelo Baroni, un sacerdote toscano della Diocesi di San Miniato al Monte (PI) che, lasciata la sua Parrocchia, si consacrò a questi bambini mettendosi a fianco dei figli di Don Orione. Lo si vedeva sempre in giro per le strade di Bonoua con un vecchio pullmino Volkswagen per raccogliere e caricare bambini bisognosi di cure. |
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Aveva lo spirito dell'impresario edile e si interessava |
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L'atelier ortopedico
Quasi subito ci si rese conto che per mettere in piedi qualche ragazzo occorreva un apparecchio ortopedico.
Nel 1982, Don Girolami, con l'aiuto indispesabile del Signor Juan Monros e dell'organismo World Rehabilitation Fund, manda in formazione un gruppetto di giovani africani ed attrezza un laboratorio per la produzione di apparecchi ortopedici. Per molto tempo fu l'unico della Costa d'Avorio ed il lavoro non mancava. Tanto è vero che due anni più tardi, l'ambasciata del Canada finanziava la costruzione e l'attrezzatura di un nuovo e più grande atelier ortopedico, a cui si aggiunse ben presto, finanziato dall'ambasciata della Svizzera, un reparto di calzoleria. Sarà il Sig. Zeno Buratto ad organizzare questo reparto, che ora è capace di produrre scarpe ortopediche di ottima qualità. Si è preso cura della formazione degli oprerai, della fornitura del macchinario e dell'organizzazione della produzione.
Il blocco operatorio
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La gioia di quelli che cominciavano a camminare in piedi era contagiosa. Ma ad alcuni non si potevano mettere gli apparecchi ortopedici senza fare prima un intervento chirurgico. Qualche primo caso di polio viene operato dal Prof. Constant Roux di Abidjan presso il C.H.U. di Cocody. Don Mugnai, Direttore provinciale, prende provvidenzialmente contatto con il Prof. Giovanni Arpesella, noto ortopedico di Sanremo, |
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che sposa la causa degli handicappati della Costa |
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d'Avorio mettendo tutta la sua competenza a servizio di questo progetto. Arpesella si rende conto immediatamente delle condizioni disastrose in cui si opera negli ospedali di Abidjan e lancia una sfida coraggiosa: costruire lì, a Bonoua, un blocco operatorio. La sfida è vista come un segno della Divina Provvidenza a favore di persone abbandonate ed emarginate dalla società. Questa sfida la raccolgono gli orionini. Nel 1983 viene concepito ed iniziato il BLOCCO OPERATORIO, con l'autorizzazione del Ministero della Sanità della Costa d'Avorio. |
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Fu un lavoro non piccolo, impegnativo, e solo due anni dopo la struttura poté essere pronta e |
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funzionale. Ha una capacità di 25 posti letto, portata ben presto a 50 con una seconda costruzione chiamata post-operatorio. Il Prof. Arpesella giunge da Sanremo con la sua équipe chirurgica e ai primi di gennaio dell'86 può fare i primi interventi chirurgici a Bonoua. È un gran passo nella storia della Missione di Bonoua e tutta la popolazione è fiera di questo successo. Ne è prova la generosa collaborazione offerta dal Sindaco M. Jean Baptiste Amethier e dal Ministro della Sanità, che ci manda un chirurgo per affiancare chi viene dall'Italia. Infatti dopo il Prof. Arpesella di Sanremo, si susseguono a Bonoua diverse equipe chirurgiche provenienti da varie città d'Italia: Trento, Bergamo e Napoli principalmente. Presto però si fa sentire il bisogno di una guida unica. La direzione degli Ospedali Riuniti di Bergamo, dietro richiesta del direttore del centro don Girolami, autorizza il Prof. Mario Quattrini, Primario della Divisione Ortopedica e traumatologica già stato a Bonoua come volontario, a venire con tutta la sua équipe chirurgica al Centro in periodi regolari e programmati. |
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Con il suo indirizzo sanitario, sotto la sua direzione, |
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Accanto al blocco operatorio sono sorti intanto i servizi indispensabili per la chirurgia:
Il laboratorio di analisi e la radiologia
Questi servizi sono stati aperti alla
popolazione del territorio a prezzi sociali, evitando a
tanta gente, che doveva fare delle analisi o una
radiografia, di andare nella capitale, ad
Abidjan.
